Archivio per la Categoria “Open Source”
Novità per il software libero.
E’ stato rilasciato da pochi giorni Ubuntu 10.04, l’ultimo aggiornamento della versione semplificata del sistema operativo Linux (realizzata dalla sudafricana Canonical).
Il africano il termine Ubuntu vuol dire “umanità verso gli altri” e su youtube è possibile trovare un video di Nelson Mandela che spiega la filosofia adottata dalla distribuzione di Canonical.
Ubuntu è gratuito, si scarica da Internet e questa versione si distingue per la velocità e la forte integrazione col mondo dei social network.
L’installazione comprende a sua volta programmi liberi coi quali è possibile navigare su Internet, scrivere documenti, gestire musica e foto.
Su ubuntu-it.org si trovano tutte le guide realizzate dalla comunità (che conta circa 12 milioni di utenti), si può chiedere aiuto sul forum o contribuire a migliorare il sistema operativo: con un po’ di impegno, tutti possono installare sul proprio computer il sistema operativo libero.
Da: Il Fatto Quotidiano del 6 maggio 2010
Articolo di Damiano Zito.
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Sun Microsystems acquista la minuscola MySql per un miliardo di dollari. Notizie di questo tipo, negli ultimi mesi, sono diventate quasi abituali, almeno nell’area digitale. Però, finchè si tratta di una Google, con le sue tasche profonde, che mette sul piatto simili somme per una YouTube o una Doubleclick c’è almeno la consolazione di sapere che cosa è stato comprato, data la fama, e l’uso a milioni di video di YouTube e il potere pubblicitario di Doubleclick. Ma MySql chi è? E perchè per la Sun vale tanto? In effetti, per chi la conosce (e sono milioni di informatici e di programmatori) MySql è una sorta di azienda-architrave. Non vende il suo prodotto, il database Sql, ma lo diffonde secondo le più classiche regole dell’Open Source. Però è un’azienda che tiene al suo marchio. Il pallino di un database oggi diffuso in 11 milioni di server (stima conservativa) è ancora nelle mani di quest’azienda, a differenza di PostGresSql, il suo diretto rivale nel mondo del software Open, che è invece completamente libero. Ma non è nemmeno questo, forse, la chiave che ha fatto sborsare il miliardo di dollari a una Sun Microsystem ancora convalescente. Per chi vive, da sempre, sui server, sul software, sui linguaggi di programmazione avanzati, e sulle applicazioni complesse aggiudicarsi il controllo di un database è piuttosto importante. Il database, infatti, è lo scrigno complesso dei dati del cliente che lavora su un server. E quest’ultimo magari cambia computer o persino sistema operativo (passa da Windows a Linux o viceversa) ma con estrema riluttanza tende a muovere gigabyte o terabyte di dati strutturati nel suo database, il suo vero punto di lavoro giornaliero. Ben lo sa la Oracle, azienda stabile anche al di là dei suoi ripetuti errori tecnologici e strategici. E ben lo sa Ibm, che del suo Db2 ha fatto una bandiera, e da trent’anni. MySql è quindi un’architrave, ed è diffusisssimo soprattutto dentro i server per il web. E’ il motore di centinai di applicazioni, dai siti scrivibili in comunità (Wiki) fino agli elenchi telefonici digitali. E si porta con sè un secondo gioello, il linguaggio Php, un tempo feroce rivale di Java (l’ambiente di programmazione web storico di Sun) e ora recentemente riconciliati da un mutua compatibilità. Con MySql, così, Sun punta a divenire una delle imprese guida nel sofware per il web, secondo i canoni aperti che lo contraddistinguono. Però, come per Java, tenendone in mano, e saldamente, il pallino. Funzionerà questa strategia? Nessuno ancora può dirlo. Il mondo del software open, fatto in gran parte di tecnologi e programmatori di lungo corso, non gradisce molto ritorni al passato, alla chiusura proprietaria dei “suoi” ambienti. E Jonathan Schwartz, Ceo di Sun, sul suo blog non manca occasione per rassicurare sulle buone intenzioni dell’azienda da lui guidata. Il suo credo è nell’innovazione che simili ambienti aperti, e di massa, possono ulteriormente scatenare e moltiplicare. Con un guadagno per tutti, mondo open e Sun, insieme. La sua è così oggi la più interessante scommessa nel mondo Ict. E se avrà successo, di sicuro ne farà un pezzo di storia.
Fonte: ilsole24ore.com
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Può l’open source essere un modello di business? Certo. Non ha dubbi Anthony Wassermann, professore alla Carnegie Mellon West, una delle voci più autorevoli nel panorama internazionale dell’open source, ospite d’onore al convegno “L’open source come modello di business”, organizzato dalla Fondazione Politecnico di Milano e Ibm. Certo, ripete Wasserman, altrimenti non si spiegherebbe come mai nelle organizzazioni l’open source è dappertutto. Nelle infrastrutture Web services, application server, browser, mail server, sistemi operativi,..), nello sviluppo applicativo (modeling, testing, gestione della configurazione, project management,..), nelle stesse applicazioni, dal finance al Crm, dalle applicazioni verticali alle Sfa, all’audio video. L’espansione dell’open source, secondo Wassermann, è guidata dalla crescente accettazione dei principali prodotti open source (Linux, Apache, Firefox, JBoss, Eclipse), e, diciamolo, dalla insoddisfazione procurata agli utenti dai software tradizionali. Wassermann individua nove modelli, integrabili tra di loro e capaci in questa integrazione di esaltarsi. Vale la pena di elencarli paro paro, citando anche le aziende protagoniste dell’offerta: sottoscrizione (per versioni aggiornate di prodotti open source; Red Hat e Novell), supporto e training (Covalent, per esempio), packaging (per integrare open source con altri prodotti, come fa OpenLogic), hosted (per fornire servizi online basati su open source; Google e Yahoo), doppie licenze (per versioni libere; MySql), patrocinio (Ibm), miglioramento commerciale (RedHat, Oracle), consulenza (Accenture, Ibm), reseller (molti in tutto il mondo). Una grande vivacità, come si vede, anche se non mancano gli ostacoli. Innanzitutto, le paure e incertezze sollevate dalla gestione e da supporto e formazione, la perdurante convinzione sulla superiorità di caratteristiche e funzionalità dei prodotti commerciali, le preoccupazioni sugli aspetti di licenza e i relativi contenziosi, e altro ancora. Al convegno sono stati presentati i primi risultati di uno studio condotto dal Dipartimento di Elettronica e Informazione del Politecnico di Milano, che ha sviluppato un modello di analisi e di classificazione dei vari aspetti organizzativi relativi allo sviluppo dell’open source. Lo studio, basato sull’analisi di 75 progetti di open source di una certa rilevanza, ha rilevato che l’open source non si limita alla licenza con cui un’applicazione software viene rilasciata, ma si riferisce anche a modelli manageriali che stanno alla base del processo di sviluppo. I ricercatori stabiliscono che non esistono solo Microsoft e Linux, ma un continuum fra open e close. Dalla ricerca emerge che gli approcci di gestione dei progetti vicini all’estremo aperto hanno qualità più elevata, ma comportano anche costi maggiori, dovuti al forte impegno necessario per coordinare i vari (e numerosi) membri della comunità. La ricerca evidenzia anche il forte ruolo rivestito dalle aziende: più del 50% del lavoro è svolto, direttamente o indirettamente, da persone pagate per perseguire specifici obiettivi strategici e commerciali. Dal convegno arriva una raccomandazione per le software house, che non devono aspettarsi tanto una riduzione dei costi di sviluppo, quanto piuttosto il vantaggio derivato da un contesto che può contribuire al loro sviluppo, facendo leva su meccanismi di community marketing capaci di stimolare e recepire contributi da un ambiente globale.
Fonte: Il Sole 24 Ore
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